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Riflessioni Filosofico Scacchistiche 1

Inizia qui una serie di riflessioni che tentano di essere brevi e "aperte" su temi che ritengo di poter catalogare come filosofia degli scacchi.Il primo tema è : "alcuni giovani non vengono più al circolo perché ormai sono forti e non hanno più nulla da imparare". Questo tema primario ha anche un suo interessante riflesso: "alcuni anziani del circolo non vengono più perché ormai i giovani li strapazzano colpo colpo".
Il primo significa che un giovane si è trovato bene nel circolo finché vi ha trovato qualcuno, o un ambiente, disposto a dargli gli insegnamenti necessari per farlo crescere scacchisticamente.
Quando il giovane sentirà di avere ottenuto il massimo da quelle persone o da quell’ambiente lo lascerà per andare a "cercare" altrove altri maestri, altri ambienti più consoni alla sua nuova forza e comprensione di gioco. Anche il gabbiano Jonathan Livingston nella ricerca di un volo sempre più rapido e perfetto abbandona il suo gruppo ma quando ottiene l’apice della perfezione si rende conto che solo quando avrà insegnato ai suoi compagni ciò che ha faticosamente scoperto in tanti anni potrà essere pienamente realizzato.
Che significa ciò? Nella vita ci sono due poli: il dare e l’avere. C’è il momento per l’avere ma c’è anche quello del dare. La vita non è un supermercato dove si riempie frettolosamente il carrello, si paga alla cassa e si scompare. Nella vita, che si voglia o no, un elemento importante è l’altro.
Chi è costantemente teso verso l’avere si ammala di avarizia e di solitudine. A questi ragazzi che hanno appreso tanto in questi anni adesso è chiesto un passo difficile, il passo del dare, del diventare generosi, aperti, il passo del condividere.Questo è il passo che li farà veramente forti! Perché le grandi opere sulla scacchiera sono anche capolavori di generosità. A questi ragazzi è chiesto il grande sforzo di trasformazione chiesto dal passare dalla fase della crescita in cui prevale l’avere a quella della maturità dove l’asse della vita si sposta verso la capacità di dare. Ora sono loro a dover insegnare anche a quei vecchi che non trovano più stimoli nel circolo.
Ciò non toglie che la sanissima disposizione/attitudine alla "ricerca" possa portare questi giovani verso altri vecchi saggi eremiti della scacchiera ma senza dimenticarsi mai della propria famiglia. Senza spezzare mai il sottile filo invisibile che unisce i giovani, i bambini, i vecchi, i principianti e i maestri del circolo.
Franco Picone (uno che negli scacchi ci capisce poco)

Riflessioni Filosofico Scacchistiche 2

Per gettare le basi di una storia della filosofia scacchistica è necessario fare una premessa.La premessa muove da alcune considerazioni intorno al tema:"Le vetrine degli appaltini!"
Anche allo scacchista perennemente assorto nell’analisi delle sue varianti preferite, o solo assorto, capita di sostare davanti alle vetrine specialmente in periodo natalizio. Anche a Lui capita di poggiare lo sguardo sugli oggetti esposti nelle belle e attraenti vetrine, di carezzare il pensiero di regali infiocchettati alle persone care, ma… c’è un momento in cui sente un tonfo dentro di sè. Improvvisamente, nel mondo, che visto dai suoi occhi, entra nella sua mente simile ad una collezione di informatori c’è qualcosa che non torna!
Cosa può essere mai che sconquassa il suo sicuro mondo di varianti ben incastonate una accanto all’altra nel suo repertorio segreto… quello mentale.
Una scacchierina portatile con scacchettini metallici, di sicuro calamitati, fa bella mostra di sè nella vetrina di un appaltino. Accanto, forbici trincia sigari, accendini dalle varie forme e colori, pipe, insignificanti statuine, il tabacco da fiuto alla menta preferito dalla nonna, carte Dal Negro e… non riesco neppure a dirlo: un set completo per il gioco del Bridge. ERESIA!!!!!
Cosa ci fa una scacchierina abbandonata in quella ignobile compagnia come se fosse una cosa snob da tenere in un salotto aristocratico, no signori per giocarci, il gioco sublime, NO. Da tenere li come soprammobile, muto, per far capire agli ospiti, se ce ne fosse bisogno, che all’occorrenza siamo anche intelligenti, per ammiccare, barando, l’intelligenza borghese da salotto! No, cari soci, dobbiamo intervenire e alzare la scacchiera e gli scacchi al rango di una vetrina più consona! E poi la vetrina dell’appaltino con la scacchierina tisica ricorda la vetrina di un vecchio personaggio degli scacchi lucchesi.
Un personaggio che prima dell’avvento de’ piccioranesi nello scacchismo lucchese era in voga in tutti i circoletti da Bar ove ci si dilettava con gli scacchi.
Chiamiamolo sig. B.
Il sig. B non è mai un gran scacchista e al massimo gioca la caro Kann, non riesce con le sue manine melliflue da commerciante lucchese conta soldi a muovere un pedone di due caselle NO! Lo spingicchia di una casella, poi si guarda intorno,ridacchiando, per avere consensi, Lui è moderato! Si aggira come un’ombra attorno ai tavoli dove si gioca a scacchi. Di solito trama. O sembra che trami. Organizza? Non pare. Gioca? Di solito no e allora che ci sta a fare? Nessuno lo sa, ma nella sua vetrina, in basso a destra, nascosta tra i soliti articoli per fumatori, come un segno massone la scacchierina rachitica e addirittura un orologio da scacchi fa capolino. Ecco il punto! L’antico retaggio (solo lucchese?) di uno scacchismo per eletti, uno scacchismo guascone,da loggia. Uno scacchismo status symbol di una aristocrazia da pipa e tavolo verde.
La storia della filosofia degli scacchi iniziata quasi trent’anni fa nell’opificio Del Dotto muove a rompere i tabù. Niente reverenze. Gli scacchi vissuti come un filo invisibile che lega gli appassionati al gioco indipendentemente dall’età, dal sesso, dal censo o dal casellario penale e indipendentemente dai casini che si riesce fantasiosamente a combinare nelle proprie vite. Insomma la lotta alle vetrine degli appaltini diventa per gli scacchisti la lotta per un mondo migliore!

Franco

Riflessioni Filosofico Scacchistiche 3

Le mie precedenti hanno sollecitato diverse reazioni più o meno positive tranne una. La e-lettera che mi invia questo critico lettore mi porta diverse suggestioni di cui faccio tesoro anche per l’argomento di questa terza riflessione. Gli scacchi sono un "gioco".
L’argomento presenta una serie di varianti piuttosto lunghe e affascinanti fra le quali io sceglierò le seguenti:
1° Per giocare una partita di scacchi si deve essere in due
2° Il nesso tra gioco e "non-gioco"

Colui che vuole giocare una partita a scacchi deve necessariamente trovare un avversario.
Infatti sono due gli oppositori che animano la battaglia che si svolge sulla scacchiera. I due avversari, decidono i piani, le strategie, le tattiche per conseguire la vittoria. I due avversari, nel gioco, hanno il potere di vita o di morte (il sacrificio o il cambio), sui personaggi dei propri eserciti. I due hanno il potere di decidere sulla trasformazione-rinascita di un pedone che arriva a promozione. Questi due dei della scacchiera hanno a disposizione due eserciti di 16 personaggi con 6 caratteristiche diverse pre-determinate (4 di gruppo e 2 individuali). I due eserciti, uno bianco e uno nero, vivono in uno spazio contrassegnato da una ulteriore dualità: 32 caselle bianche (2 elevato alla quinta) e 32 caselle nere. I due hanno anche il potere di decidere sul tempo.
Da queste poche righe saltano subito all’occhio alcuni elementi.
Cos’è che può echeggiare l’immortalità in questo gioco? La partita.
La partita è il centro del gioco nel quale i due oppositori devono o possono dare il meglio di se. Prima e dopo sarà il tempo dello studio e della preparazione. In questo gioco che definisce un mondo in bianco e nero non c’è però un giudizio. Nessuno si sogna di dire che il bianco è buono e il nero cattivo o viceversa. Che le caselle bianche siano la luce e quelle nere il buio. No in questo gioco si sostiene piuttosto che la storia della partita si svolge nella necessità della dialettica tra due. Tra due che vogliono dimostrare, nel gioco, di essere i migliori. Considerando all’origine orientale del gioco degli scacchi non si può non considerare l’antichissima filosofia cinese: il taoismo. Per il taoismo Tutto ciò che esiste è il prodotto di un’unica energia che si manifesta a vari livelli. Nella cosmologia cinese, il cosmo è un’immagine del principio, Tao e definisce le "diecimila cose" ovvero tutto ciò che vediamo come un’incessante trasformazione di due elementi: lo yin e lo yang. Ma la differenziazione è solo relativa, legata al continuo movimento trasformatore circolare di Yin e Yang.

Come vedete dal disegno il bianco è yang ma il massimo dello yang è gia adesso nero come a dire che al suo massimo si sta già trasformando in yin (esattamente lo stesso vale per il nero, Yin). Per farmi capire meglio ribadisco che per la mentalità cinese è normale definire la storia come un incessante battaglia di due e al tempo stesso l’intero esistere come immagine dell’Uno. Non possiamo giocare da soli.
Possiamo anche goderci, da soli, lo studio di partite giocate da altri ma è pur sempre la messa in scena di una storia immortale definita un giorno dal gioco di due oppositori. Oppure possiamo tentare di eludere la ferrea legge del due giocando contro il computer cioè con un oppositore non umano. Così facendo tagliamo per metà o per intero l’aspetto emozionale della partita. Il soffrire, il gioire, l’ansia, le paure, il semplice vedere l’altro/altra o il sentirne l’odore….i rumori. Ma……..il programma è stato pur sempre concepito da un’altro uomo.
2° il nesso tra gioco e " non-gioco".
Un gioco sembrerebbe delimitare come altra entità il "non gioco". Come dire un ‘ennesima dualità tra il gioco e la cosa seria. E qui entra in ballo l’intera esistenza. Mi sono trovato spesso a chiedermi se avesse senso passare giornate intere a ragionare di scacchi anziché di cose "serie". Mi sono trovato spesso a ammirare coloro che ragionano di scacchi senza essere, almeno in apparenza, assaliti da questo dubbio. Questo dubbio mi ha sempre inquietato e non c’è partita dove non debba ad un certo punto cacciarlo o sistemarlo nella mente. Credo proprio che ciò che attrae nella partita a scacchi sia la straordinaria coincidenza con la vita "seria". Imparare a non perdere il contatto con il gioco, a essere più giocosi anche nella nostra serissima vita e non prendersi troppo sul serio sono elementi che possono rendere più forte e profondo l’uomo adulto. Il mio giovane detrattore dovrà convenire almeno di aver preso troppo sul serio anche le mie filosofiche riflessioni intorno al "gioco" degli scacchi. Franco Picone
PS. "Valutare e capire soltanto in seguito all’azione, non è degno di essere chiamato comprensione. Compiere soltanto in seguito alla lotta, non è degno di essere chiamato compimento. Conoscere soltanto in seguito all’avere visto, non è degno di essere chiamato conoscenza. (…) L’abilità di agire ciò che è ancora inattivo, di comprendere ciò che è ancora oscuro e di vedere ciò che non è ancora nato, sono tre capacità che si sviluppano reciprocamente. Allora nulla è valutato che non sia compreso, niente è intrapreso senza successo e ovunque si vada se ne avrà beneficio."
Tratto da "L’arte della guerra" di Sun Zu – Ubaldini - Roma 1988

Franco