Auto da fè
Il mistero di Bobby Fischer
“Sale fino al sesto piano, sorveglia il fuoco e aspetta. Quando finalmente le fiamme lo raggiungono ride forte, come non ha mai riso in tutta la sua vita.”
(Elias Canetti, Auto da fè)
Non si può non cominciare dalla fine. L’esilio in un’isola distante, l’Islanda come Sant’Elena, a fare i conti coi fantasmi del passato, nella solitudine più assoluta, finché non arriva il giorno in cui tutto scompare con una morte insensata che sa di condanna. Sbigottiti, vorremmo dire percossi e attoniti, un anno fa abbiamo appreso la notizia. Senza fare in tempo a chiederci perché, il carosello degli epitaffi aveva già cominciato a ruotare in una ridda di illazioni e maldicenze, tra cacciatori di scandali e tuttologi del nulla, pronti a recitare un rosario di idiozie, impigliate nelle maglie della rete che tutto raccatta e nulla trattiene. Bobby Fischer era morto. Prima che il gallo avesse cantato tre volte, la mattina del 18 gennaio 2008 migliaia di fischeriani in punta di dita tradivano un uomo che dicevano morto da oltre un ventennio, bruciavano in piazza il ricordo, calpestavano ogni memoria recente. Bobby Fischer era morto. Anche noi, noi che siamo nati dopo l’atomica di Reykjavik, noi che non conosciamo a memoria 60 Memorables Games, anche noi avremmo voluto dire la nostra, perché forse non era andata così, perché forse c’era ancora qualcosa da capire… Ma abbiamo taciuto, preferito il silenzio. Non sappiamo cosa mai avesse visto Bobby Fischer dal tetto del mondo, non possiamo sapere quali abissi avessero scosso la vertigine, non sapremo mai quale destino avesse scelto per sé il grande campione. Il mistero resta sepolto là, in terra d’Islanda, ad un oceano da noi.
Riccardo Del Dotto