Dicotomie Scacchistiche

Dicotomie scacchistiche: lottatori e contemplatori

È una forte tentazione per gli scacchisti quella di dividere il proprio mondo in due parti, a schieramenti contrapposti, a fazioni avverse, un richiamo atavico al manicheismo puro, immediato, drastico. Il Bianco e il Nero. E poi la partita. Da un lato i tattici, dall’altro gli strategici. Da una parte gli intuitivi, dall’altra gli analitici. O per dirla nel linguaggio d’uso quotidiano, quel lessico di circolo che circola correntemente, i talenti contro i costruiti. Una lavagna che separa i buoni dai cattivi con pochi colpi di gesso. Una tentazione forte, si diceva, che coinvolge autorità scacchistiche come Mark Dvoretskij, che pure si è cimentato in tali classificazioni, fino al giocatore sociale che a malapena conosce le regole di torneo. C’è qualcosa però in tutto questo che non mi ha mai convinto fino in fondo. C’è sempre qualche separazione di troppo, qualche nome che non si sa bene dove inserire, e che non si può scartare con la spregiativa e sbrigativa categoria delle “vie di mezzo”, poiché non si vuol creare un tertium genus. Ho pensato allora ad un appiglio filosofico, prendendo in prestito da Schopenhauer le categorie dei “lottatori” da un lato e dei “contemplatori” dall’altro, e subito mi è parso di vedere schierati dalla parte dei primi Alekhine, Fischer, Karpov e Kasparov, questi ultimi due finalmente assieme, opposti a Capablanca, Smyslov, Spassky e Kramnik per il gruppo dei secondi. Si pensi alla scuola classica di Steinitz che ha avuto come migliori interpreti Siegbert Tarrasch e Emanuel Lasker: figli dello stesso albero i due rami hanno preso direzioni diverse, quella del dogmatismo concettuale e dei principi generali astratti per il praeceptor Germaniae, quella della battaglia, der kampf, della lotta concreta contro l’avversario per il secondo campione del mondo. Contemplatore Tarrasch, combattente Lasker. Ed il gioco funziona anche se scendiamo nel nostro piccolo, senza scomodare i grandi campioni, fermandoci alla realtà di circolo o al nostro ambito regionale. Mi vengono in mente subito due figure importantissime che di recente ci hanno lasciato, Stuart Wagman e Pierluigi Beggi. E mi fa piacere vedere dipinto nel bel lavoro di Alessandro Rizzacasa (Gli scacchi a Livorno un protagonista: Stuart Wagman) il Maestro Fide americano come un contemplatore. Contemplatore non vuol dire giocatore posizionale, come lottatore non vuol dire tattico. Qui si parla di approccio alla partita, non tanto di predisposizione verso un tipo di gioco. Wagman, tattico purissimo, incarnava l’archetipo del contemplatore; bastava vederlo alla scacchiera, le mani incrociate dietro la nuca, osservare dall’alto le 64 caselle, con l’occhio calmo di chi ha attraversato indenne ben altre battaglie. Beggi, invece, sapeva combattere. Non guardava mai dall’alto la scacchiera, le mani puntate sui ginocchi si spingeva a testa bassa nel punto più caotico, nel gorgo delle varianti meno chiare per il puro gusto della complicazione, nonostante amasse l’emblema dell’armonia scacchistica Vassily Smyslov. Eppure il problema di chi non sa rientrare nell’una e nell’altra categoria pare ancora irrisolto. Ho sempre avvertito una lacerazione dell’io, una personalità indebolita dalla mancata costruzione di una propria identità scacchistica in coloro che non appartenevano né ad una schiera né all’altra, né al Bianco né al Nero, dispersi nella terra di nessuno in evanescenti sfumature di grigio. Poi però ho pensato: che vivere nella nebbia di un’identità irrisolta sia poi un problema, questo è da dimostrare. Lo sfuggire alla classificazione, all’etichetta, al clichè preconfezionato, alla definizione limitativa può anzi determinare un vantaggio sull’avversario, privo di un punto di riferimento localizzato. Forse anche l’io si può ricomporre nella nebbia.

Riccardo Del Dotto